Miria Spada Pennino

Registrato: 16/11/09 02:44 Messaggi: 1 Residenza: Milano
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Inviato: Lun Nov 16, 2009 2:51 am Oggetto: CRONACHE DI UNA SIGNOA QUALUNQUE |
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Il libro è uscito il 24 ottobre.
Ringrazio tutti coloro che leggeranno l'incipit e lasceranno un commento.
Sono disponibile ad inviare via e-mail la prima metà del romanzo a chi ne farà richiesta: miria.spada@live.it
Come all’uomo
è gradito il piacere furtivo,
così lo è alla donna;
l’uomo lo nasconde malamente,
la donna lo brama più di nascosto.
OVIDIO
Ars Amatoria, libro 1, 505
MARTEDI’ 8 APRILE
Numero 74, eccolo. Su uno dei tanti campanelli c’è la sigla AV. Piccola e anonima in questa truppa di nomi e cognomi squillanti.
Sta ricominciando a piovere.
Non sopporto la pioggia, fa tastare ancora di più l’inverno che mi ristagna dentro e amplifica questo senso di sconfitta, come se a colpirmi non fossero solo gocce d’acqua.
La detesto.
Sono indecisa.
E' una follia, lo so ma se penso all’eccitazione che avevo per questo appuntamento… L’unica vera emozione dopo tanti anni.
Basta ripensamenti, ormai sono arrivata fin qui e ho immaginato troppo. Adesso voglio toccare la realtà.
Suono il campanello. Sono rigida e imbarazzata mentre aspetto che apra.
Passano alcuni secondi, nella testa guizza veloce l’idea che sono ancora in tempo per cambiare idea ma il cancello schiocca rumoroso e mi fa trasalire.
Sul piccolo vialetto pavimentato rimbalza l’eco del sonoro ticchettio delle scarpe con i tacchi alti a cui non sono più abituata.
Come a molte altre cose del resto.
Sono sola ma il trepestio si diffonde nel cortile e mi sento a disagio come una ladra che può essere scoperta. Mi stringo nel soprabito, presa dall’illusione di nascondermi almeno un po’.
Stupida paura!
Sono ridicola. Una ridicola donna con delle ridicole scarpe con i tacchi. Sono fuori posto.
Io sono sempre fuori posto.
Scala C.
Ha detto che è nel secondo blocco. Più avanti.
Maledette scarpe! Maledetta pioggia!
Ecco la porta a vetri, quarto piano.
L’ascensore cigola inquietante, lo stridio riempie tutto, anche me, rendendo l’odore stantio che soggiorna dalla nascita in questi trabiccoli, un’estensione dell’ansia che mi preme fin dentro le ossa. Saranno gli scarti delle emozioni di chi ci entra, a lasciare questo puzzo di immondizia umana?
Ho il cuore in gola, sento le mani gelide e la faccia bollire.
Nemmeno riesco a muovermi, sento la mia saliva deglutita e l’ascolto scivolare giù, in fondo, nel budello buio dei miei dubbi mentre stritolo i manici della borsetta. Ci sono momenti in cui quattro piani sembrano interminabili. Sollevo la testa, all’altezza degli occhi qualcuno ha scritto “Chi vive senza follie non è saggio quanto crede.“ .
Cazzate.
Chi scrive non la conosce ancora la vita.
Fisso inquieta il numerino scheletrico che cambia: 2, 3, 4.
La cabina sobbalza.
Anch’io.
Le ante scivolano aprendosi su uno spoglio atrio piuttosto grande e anche se non accendo la luce vedo subito la porta con il foglietto giallo sullo zerbino. E’ solo accostata, come eravamo d’accordo.
Basta spingere.
Vuole che non abbia paura e in fondo, anche se ho le gambe che tremano, so che non è paura quella che provo, è desiderio di qualcosa di nuovo.
O forse l’idea di provare una delusione è la cosa che mi spaventa di più.
Non lo so.
Non so più niente.
Ma tanto, io non so mai niente.
Esco dall’ascensore e di nuovo il rumore dei tacchi rimbomba nel vuoto rendendo reale la mia presenza.
Stupide scarpe!
Ha detto che basterà un “No” e tutto si fermerà. Gli credo, anche se è da pazzi credere a qualcuno che non hai mai visto. Ma io ho bisogno d’essere pazza, altrimenti non sarei qui, incerta davanti ad un’anonima porta socchiusa.
Questa è la mia opportunità, so che non me ne capiteranno altre e devo coglierla se voglio ricominciare a sognare.
Ne ho bisogno.
Un disperato bisogno.
Tremo ancora. La mia antica, inutile morale borghese graffia sulla coscienza, accende il timore che dopo potrei sentirmi sporca e perdere la stima di me stessa, l’unica cosa che spero sia ancora viva dentro di me.
Abbasso gli occhi e guardo le mani, le scarpe, il soprabito e la borsa bagnati, dicono che mi sto prendendo in giro e che da molto tempo non so più cosa sia il rispetto di me.
Sono una donna ridicola con una morale ridicola!
E ai piedi un insulso paio di scarpe con tacchi fuori luogo e fuori moda.
Come me.
Chi credo d’imbrogliare?
Basta aspettare. Basta ansie inutili. Voglio sapere se posso ancora avere emozioni.
Allungo sicura la mano verso la maniglia. Un istante e resta sospesa. Non so decidermi.
Mi ascolto.
Cerco di rimescolare questo brodo di indecisione e pescarci dentro la risposta.
Che è lì. Nascosta. Da chissà quanto tempo.
Si. Voglio entrare.
L’ascensore si scrolla e il mio corpo con lui. Le porte si sono chiuse e la luce che dall’interno mi teneva appesa all’idea che potevo tornare indietro, se n’è andata. Qualcuno potrebbe arrivare da un momento all’altro a questo piano e temo di essere vista: che ci fa una donna sola su un pianerottolo buio?
Che situazione assurda!
Entro subito o me ne vado.
Il cuore non ce la fa più a sostenere l’ansia e il pensiero di ritornare indietro, di perdere questa possibilità, mi fa a pezzi.
Ma non era quello che volevo? Non ho forse fatto altro che desiderare per anni, disperatamente una cosa del genere? E allora perché… perché sono ancora così … così…
Appoggio alla porta la mano come un ragno di ghiaccio, insicura spingo piano mentre cerco di guardare all’interno ma la stanza è buia, come mi aveva promesso. Sento un nodo alla gola e le gambe rigide come bastoni. Sono ferma sulla soglia, la mia figura disegna un’impercettibile ombra che si proietta nella stanza, davanti a me.
“Entra, non avere paura”. E’ la sua voce, la riconosco, è famigliare e suadente. Sono turbata.
“Chiudi la porta”. La spingo timorosa, sento il rumore metallico e tutto sprofonda nel buio totale.
Sgomento.
Ho fatto il passo che mi divide fra tornare indietro e continuare questo gioco. Un lampo mi attraversa la testa: sono fuori di senno, dov’è finita la mia lucida ragione?
Passi veloci, felpati. Devono esserci tappeti per terra.
La sua mano tocca la spalla, scivola sul braccio e prende la mia. Ho un brivido.
Il viso mi sfiora e avvicina la bocca all’orecchio.
Il suo odore mi piace.
“Lasciati andare.” E’ la sua voce, quella che conosco così bene. E mi calma.
So perché sono qui. Perché desidero quest’uomo di cui non conosco il viso né il corpo e mi tormenta il bisogno di sapere se dentro ho ancora qualcosa di vivo.
Mi abbraccia, chiudo gli occhi un istante e capisco che non voglio più tornare indietro. Ecco finalmente una cosa chiara in questa testa smarrita.
Li riapro e faticano ad abituarsi, la stanza è sicuramente molto grande perché intravedo sul fondo filtrare una minuscola luce, forse una candela, da una specie di piccola gabbia.
Mi carezza le braccia e lo sento respirare lento. Sfiora la bocca, le orecchie, le spalle. Non reagisco, sono di marmo ma lo stomaco brucia e ho il cuore pesante.
Deglutisco.
Allungo dita incerte per toccarlo e sento la camicia di cotone. “Lascia stare. Stai ferma e non fare nulla. Goditi il momento e basta.” La voce è decisa, calda, come il respiro sulla mia pelle. Il cuore picchia violento.
Fa scivolare il soprabito e lascio cadere la borsetta.
Apre i bottoni della camicetta mentre continua a sfiorarmi con le labbra, molto lentamente.
I pensieri si affollano e torna la confusione, la paura di perdermi. Cosa sto facendo? Forse è meglio fermare tutto. Allungo le mani verso le sue per distoglierle ma le prende e le intreccia dietro la mia schiena. “Rilassati. Se vorrai finire questo gioco basterà un No. Lasciami fare. Oggi sei la mia regina.”
La sua regina.
Ecco tre parole inebrianti che sopiscono una volta per tutte l’ultima tormentosa esitazione.
E’ per questo che sono qui e sto accettando questa follia, per sentirmi ancora una donna, una sensazione che da troppo tempo non so più cosa sia.
Sono una donna. Sono ancora una donna! Me lo ripeto ogni giorno per convincermi mentre il mondo che mi circonda grida il contrario. Non ci sono sguardi per una come me, che a 40 anni ha la stessa sensualità di una manciata di cenere. E non è quella di Cenerentola.
E’ la cenere della fiammella vitale che si spegne giorno dopo giorno. La cenere che porta ad indossare abiti adeguati alla condizione di signora per bene, pettinature anonime di parrucchieri che non mi vedono più come qualcosa da abbellire o rinnovare ma da tenere in passabile stato di conservazione. Creme di bellezza senza convinzione. Lo sguardo vuoto di occhi che non scrutano né sono scrutati, senza alcun lampo a dimostrare che qualcosa, in fondo, è ancora acceso. Spalle un po’ curve sotto il peso di una vita senza passione.
Passione. Ho dimenticato il significato di questa parola.
E il corpo.
Un corpo orfano dell’istinto antico del piacere. Che parla di piatto sesso di routine, consumato come un’insipida cena d’ospedale. Un corpo snello e senza particolari difetti ma che ricorda spigoli più che rotondità, che non ispira, non comunica più nulla, che si è dimenticato di essere stato giovane, ardente e desiderabile.
Ma oggi sarò una regina.
Lui me l’ha promesso.
Sarà come avere il corpo di una dea, labbra sensuali, occhi guizzanti di vita e i miei lunghi capelli biondi, al posto di questo corpo legnoso, i miei stanchi occhi grigi e una patetica pettinatura dagli improbabili colori.
Dove non c’è luce l’immaginazione viaggia libera: per lui posso essere Venere ed è questo ciò di cui ho bisogno.
E in questo preciso istante io sono Venere.
La camicetta è completamente aperta, le sue mani senza fretta stanno cercando la chiusura del reggiseno...
http://www.tarantola.it/schedalibro.asp?ID=4834 _________________ CRONACHE DI UNA SIGNORA QUALUNQUE
Il libro sull'amore delle donne che nessuno finora aveva avuto il coraggio di scrivere.
LEGGI L'INCIPIT: http://blogs.myspace.com/index.cfm?fuseaction=blog.ListAll&friendID=508397708 |
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